Calcio 1 febbraio 2017 13'

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Alla sua prima stagione sulla panchina del Manchester United, l’allenatore portoghese ha dovuto cambiare più di un’abitudine.

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Special partnership

 

L’Ibra del centrocampo, Pogba, si è unito al vero Ibra: poteva essere una battaglia di ego, è diventato un grande amore calcistico. Nessuna coppia offensiva ha creato così tante occasioni da gol (passaggio chiave che si conclude con tiro) in Premier League, e nessuna squadra è così dipendente da due singoli (tanto che il 39% delle azioni dello United si sviluppa sulla sinistra). Come sperimentato dal Liverpool a metà gennaio, bloccare questa affinità elettiva significa ridurre di molto la pericolosità dei “Red Devils”.

 

Pogba è necessario per far progredire l’azione, in una squadra che soffre di staticità: uno dei 5 giocatori in Premier che porta più in avanti la squadra con le sue conduzioni o passaggi.

 

Il ruolo e le prestazioni di Pogba continuano a essere oggetto di dibattiti e critiche, ma la sua importanza per la squadra è evidente: non c’è nessuno capace di fornire un contributo così ampio in entrambe le fasi. Secondo per tiri per 90 minuti (dietro Ibra, appunto), primo per dribbling riusciti (2,7 per 90), quinto per duelli aerei vinti (3 per 90 minuti), secondo per numero di passaggi, quinto per passaggi chiave (2 a partita), terzo per numero di tackles e secondo per numero di gol (4 finora in Premier, 7 contando tutte le competizioni). Il ruolo di mezzala lo ha reso libero di associarsi sulla trequarti e di inserirsi in area: una risorsa di cui lo United ha disperato bisogno. Proprio la presenza in area è uno dei problemi per Mourinho: con Ibra in giro per il campo a tirare fuori i difensori, spesso la squadra lascia l’area sguarnita. E senza i gol dello svedese, 14 in 21 partite, la sterilità della squadra raggiungerebbe vette “vangaaliane”.

Dettagli prodotto

Stile:
Classico
Materiale:
Gomma
Tipo di chiusura:
Lacci
Colore:
Oro
Fantasia:
Senza stampe
Misura delle scarpe:
36
38
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A volte lo United è troppo passivo: qui nessuno prova ad uscire sul portatore, Pogba cammina per il campo invece di andare in raddoppio su Oxlade-Chamberlain. Quando difende troppo in basso, la squadra non sa più come risalire il campo, se non con il lancio lungo.

 

I problemi offensivi della squadra di Mou però derivano anche dalla staticità del proprio centravanti: in transizione, sono davvero pochi i giocatori offensivi su cui si può contare (Pogba, Valencia, e quando gioca Mkhitaryan). Anche per questo, lo United non riesce ad essere davvero diretto e intenso come vorrebbe: Ibra, dopo il periodo parigino, è ormai un giocatore associativo, quasi come Mata. Il Rooney trequartista degli ultimi anni non può trovare spazio, perché renderebbe la manovra offensiva ancora più lenta e farraginosa: rimane una grande arma a partita in corso, per la sua abilità realizzativa (dopo il gol all’ultimo minuto di recupero contro lo Stoke, Rooney è il più grande marcatore nella storia del Manchester United: 250 gol, uno in più di Sir Bobby Charlton) e nel cambiare il contesto di gioco.

 

Eppure allo United servirebbe una seconda punta da affiancare a Ibra: un giocatore abile nell’attaccare la profondità e nel saltare l’uomo. Martial da ala sinistra continua a non convincere e la presenza contemporanea di Mkhitaryan e Mata sulla trequarti crea un imbuto in zona centrale. A Mourinho mancano i gol, e l’ultima partita in Premier contro lo Stoke City ne è un esempio lampante: ben 25 tiri, 8 nello specchio della porta, una traversa, ma per segnare c’è voluta la splendida punizione di Rooney. Lo United ha segnato solo 33 gol in 22 partite (di cui uno solo su rigore), ed è l’unica squadra tra le prime sei ad avere segnato esattamente quanto ha creato (gli expected goals erano pari a 32.71 prima dell’ultima partita), mentre tutte le altre sono overperforming. La qualità dei tiri non è eccelsa (quinta con 0, 096 xG per tiro), ma forse significa semplicemente che lo United non può segnare più di così: oltre a Ibra e Rooney, nel pacchetto offensivo ad aver raggiunto la doppia cifra in carriera ci sono Mkhitaryan (1 volta in Bundesliga, oltre al campionato ucraino), Martial (1 volta in Premier), Mata (1 volta in Premier e 1 nella Liga), Fellaini (1 volta in Premier), tutti curiosamente con 11 gol. Centrocampisti, ali, trequartisti dai gol occasionali, niente di più, ma che in questa squadra si devono in qualche modo sobbarcare l’onere di realizzare più spesso del loro solito.

 

 

Questo è il gioco che Mou vorrebbe sempre vedere: diretto, veloce, con tre passaggi si arriva in porta e si mette Ibra in condizione di segnare.

 

Mourinho non ha ancora un piano definito per costruire una nuova fortezza United ed è ancora molto ondivago, sia nella scelta dei titolari che nello stile di gioco: dopo che Klopp aveva bloccato Carrick con una marcatura specifica di Lallana, contro lo Stoke è tornato Fellaini da mezzala, con Herrera in regia. Le conseguenze sono state nette: un gioco più diretto ma meno efficace (ben 37 cross), con Fellaini schiacciato sulla posizione di Mata e Pogba costretto ad arretrare. Nella partita di FA Cup contro il Wigan (squadra di Championship), Mou è tornato al 4-2-3-1 con addirittura Schweinsteiger vicino a Fellaini: il tedesco finora aveva giocato solo 16 minuti e addirittura l’ultima volta in cui era stato schierato titolare risale a più di un anno fa. Il risultato è stato molto soddisfacente, oltre al 4-0 finale: Schweinsteiger non solo ha segnato ma è stato il vero fulcro della squadra (111 passaggi con il 93% di precisione, 1 passaggio chiave, 3 intercetti e 3 tackle), a dimostrazione che lo United gioca meglio quando inserisce intelligenza a centrocampo. E chissà adesso che il tedesco non possa rivelarsi addirittura un giocatore chiave della seconda parte di stagione.

 

 

Cosa succede con Fellaini al posto di Carrick: a inizio azione è Valencia a condurre, perché i centrali Smalling e Jones sono troppo a disagio con il pallone ed Herrera non si fa vedere. Mata si abbassa talmente tanto da diventare terzino destro; Pogba e Fellaini non occupano il centro della propria metà campo e non forniscono facili linee di passaggio; Valencia è costretto al lancio lungo, che trova Mkhitaryan in fuorigioco (come sempre l’unico ad attaccare la profondità).

 

Il vero segreto del successo a Old Trafford è lavorare con lentezza, senza frenesia: seminare, aspettare e raccogliere. Non c’è una ricetta unica, ma solo una grande storia di valori che si tramandano, con l’obiettivo del successo. Proprio per questo, forse c’è bisogno di un Mourinho diverso dal solito, meno aggressivo, più lungimirante, che pensi davvero sul lungo termine: da questa tappa al Manchester United potrebbe dipendere gran parte della sua legacy.

 

Difficile cambiare così tanto però a metà stagione: Mou ha creato un Manchester United solido, con la miglior striscia di risultati in Premier (imbattuto da 13 partite: 7 vittorie e 6 pareggi), con una difesa abile nella copertura della zona centrale e che concede poche occasioni; ma con difficoltà creative, abile nei momenti di caos della Premier ma ancora incapace di dominare appieno le partite. La squadra lascia ancora molto possesso all’avversario, un po’ per scelta e un po’ per meccanismi di pressing abbastanza scoordinati; con il pallone cerca la verticalità, ma alterna l’impostazione palla a terra con fasi di caos creativo (in cui spesso si ricorre a Fellaini per puntare sulle seconde palle). Il Man United oscilla tra due poli opposti, così come il suo allenatore; in una stagione che è ancora stretta tra la morsa del fallimento (l’attuale sesto posto) e il trionfo (in finale di Coppa di Lega e ancora pienamente in corsa in FA Cup ed Europa League).

 

Potrebbe essere solo una stagione di assestamento, in una difficile transizione dai meccanismi di van Gaal: e il prossimo anno magari basterà il solito Mou, quello delle seconde stagioni (storicamente le migliori ovunque sia andato: Champions all’Inter, Liga al Real, Premier al Chelsea). Ma chissà se davvero il portoghese pensa mai al futuro, nella sua fuga senza fine dalle panchine europee.

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Emiliano Battazzi: nato nel 1984, cresciuto in periferia a Roma. Economista, prova a coniugare la razionalità della tattica all’imprevedibilità del talento. È il caporedattore della sezione calcio de L’Ultimo Uomo.

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